Kyle Kingston (Alex Pettyfer) ha tutto - bellezza, intelligenza, ricchezza e opportunità - e una vena cattiva e crudele. Incline a beffare e ad umiliare gli "aggressivamente poco attraenti" compagni di classe, si concentra su una compagna di classe che si veste goth, Kendra Hilferty (Mary Kate Olsen), e la invita a sfondare nello stravagante ambiente scolastico. Kendra accetta, e fedele al suo comportamento, Kyle la snobba in un modo particolarmente feroce. Lei reagisce lanciando un incantesimo che lo trasforma fisicamente in tutto quello che lui disprezza. Infuriato per il suo aspetto orrendo e irriconoscibile affronta Kendra e scopre che l'unica soluzione per la maledizione è trovare qualcuno che lo amerà così com'è - un compito che ritiene impossibile.
Respinto per il suo aspetto, il padre insensibile di Kyle (Peter Krause) lo bandisce a Brooklyn con una simpatica governante (Lisa Gay Hamilton) e con un tutore cieco (Neil Patrick Harris). Kyle si interroga su come superare la maledizione e ottenere la sua vecchia vita indietro, incontra un tossicodipendente in atto di uccidere uno spacciatore minaccioso. Cogliendo l'occasione, Kyle promette la libertà al tossicodipendente e sicurezza per sua figlia, Linda Taylor (Vanessa Hudgens), se lei accetterà di vivere nella casa di Brooklyn di Kyle.
martedì 16 febbraio 2010
Tron Legacy

Tron è un’avventura high-tech in 3D ambientata in un mondo digitale diverso da qualsiasi altro sia mai apparso finora sul grande schermo. Sam Flynn, un ventisettenne esperto di tecnologia, indaga sulla scomparsa di suo padre Kevin Flynn e si ritrova catapultato nello stesso mondo di crudeli programmi e giochi di gladiatori in cui il genitore ha vissuto per 25 anni. Insieme alla leale amica di Kevin, padre e figlio si lanciano in un viaggio fra la vita e la morte, attraversando uno spettacolare universo cibernetico estremamente avanzato e pericoloso.
Basato sui personaggi creati da Steven Lisberger e Bonnie MacBird.
Cuccioli - Il Codice di Marco Polo

Maga Cornacchia vuole prosciugare Venezia, la città che l’ha vista umiliarsi pubblicamente da giovane e venire bandita dall’ordine dei maghi. Ora che ha preso dimora nel palazzo della magia sull’Himalaya possiede le conoscenze per farlo, le basta solo ritrovare il Codice di Marco Polo, l’unico strumento in grado di fermarla. A meno che i Cuccioli non arrivino prima di lei. Richiamati da ogni dove dal cane Portatile, infatti, la gatta Olly, il coniglio Cilindro, la papera Diva, la rana Pio e il pulcino Senzanome si riuniscono sulla laguna per fermare la maga Cornacchia e i suoi scagnozzi e salvare la città di Marco Polo.
Nato dal progetto televisivo omonimo, targato Rai Fiction, esportato in mezzo mondo e giunto ormai alle soglie della quinta stagione, Cuccioli è quasi un parto indotto, obbligato dal successo. Il team degli autori, tuttavia, non sottovaluta il salto dimensionale e per il grande schermo sceglie un’ambientazione ambiziosa – una città sull’acqua, da sempre l’elemento che più sfida chi si occupa di animazione - e una storia intricata al punto giusto.
Come avviene spesso negli episodi televisivi, l’avventura cerca una base storica, che in questo caso è la figura di Marco Polo, per soddisfare una necessità di interesse sovranazionale e forse una finalità didattica, anche se poi s’incanala sul binario della caccia al tesoro, buono per ogni contenuto o quasi. L’originalità non regna sovrana e non è un problema di budget ma di penna, si distingue però il personaggio di Senzanome che, non sapendo parlare, costringe se stesso e gli autori ad un’efficace sforzo d’inventiva. Non male anche la maga Cornacchia, questa volta per il simpatico lavoro della “voce”, Paola Giannetti.
Ispirati da un’idea di racconto senza fronzoli, che non distragga i piccoli spettatori dalla trama, i fratelli Manfio sembrano non voler giocare con siparietti e gags, salvo poi sistemare in coda un lungo scambio tra Diva e Cilindro in un supermercato e infarcire il film di citazioni – dai Blues Brothers all’Era Glaciale passando per Indiana Jones e 007 - per rimarcare lo specifico del nuovo mezzo di riferimento, in maniera non fastidiosa ma senz’altro superficialotta. Più interessante, invece, è la strada del coinvolgimento del pubblico, che il film testa a più riprese ma timidamente, senza optare per una richiesta continua, che sarebbe stata più rischiosa ma anche meno disomogenea.
Affiatati tra loro e sicuri dell’affetto di migliaia di bambini, i Cuccioli si presentano sullo schermo vantando uno status da stars (Olly a Chicago, Diva a Parigi, Cilindro a Hollywood, Pio al “Grande Nasello”) ma la verità è che stanno posando per una prova tecnica di trasmissione, un provino. Lo superano, ma senza lode.
Io, loro e Lara

Dopo più di un decennio come missionario don Carlo torna a Roma dove ritrova la sua famiglia normalmente allo sbando (un fratello cocainomane che si è dato alla finanza e una sorella mamma di adolescenti emo, entrambi ordinariamente ipocriti). Il nucleo già abbastanza frammentato è messo ulteriormente alla prova dall'arrivo della seconda vita del padre il quale, ormai vedovo, ha un'amante slava di nome Olga molto più giovane di lui con la quale si sente rinato e che vizia senza sosta. Proprio la morte dell'amante tuttavia costringerà don Carlo ad entrare in contatto con Lara, figlia di Olga, diventata proprietaria della casa che una volta apparteneva alla famiglia e dunque capace di tenere i tre fratelli in scacco perchè l'aiutino ad ottenere l'affidamento del figlio.
Come sotto il don Giulio di La messa è finita si intravedevano i problemi di Michele Apicella (cioè Nanni Moretti), anche sotto gli abiti scuri di don Carlo si intravedono i personaggi nevrotici e incompresi che lottano contro le difficoltà della vita che Verdone ha interpretato da Borotalco in poi. Sebbene diverso dal film di Moretti anche Io loro e Lara usa la figura del prete per parlare di tutto tranne che di religione, i due personaggi compiono anche un percorso simile (arrivo da un luogo lontano, scoperta dello stato delle vite dei propri cari incompatibile con la propria professione, frustrazione, ritorno nel luogo lontano) sebbene con spirito diametralmente opposto perchè don Carlo cerca materialmente di risolvere i problemi che lo circondano e non di trovare un più astratto equilibrio per fare il proprio lavoro.
Carlo Verdone questa volta mette la meschinità al margine del proprio film riservandola per i caratteri di contorno, al centro c'è l'etica e la morale del suo don Carlo, che perfetto non è, nè tantomeno incrollabile nella sua aderenza ai dogmi cristiani ma sa bene cosa è giusto e cosa no. E forse è proprio questa consapevolezza, che è anche del regista, a rendere Io loro e Lara una delle opere meno incisive di Verdone, il quale si allontana dal grottesco degli altri preti che aveva interpretato per arrivare ad una figura talmente ordinaria da essere impalpabile. Volendo assolvere "una certa parte della chiesa" (quandomai avremmo sperato di sentire una frase di tale ragionevolezza pronunciata apertamente nel nostro paese?) finisce per dipingere un uomo normale in abiti talari e non viceversa come vorrebbe. Solo in piccoli fugaci momenti sembra di intravedere l'aggressività e la poca pietà nei confronti dei propri personaggi che l'avevano reso interessante in passato.
Ma se don Carlo può essere oggetto di discussione il resto del film è ricco di piccole grandi lacune. Le gag riescono ad essere divertenti unicamente in presenza del regista/autore (e della sempre impeccabile Angela Finocchiaro) e solo quando sono il frutto delle improvvisazioni sul set, la scrittura dell'intreccio è un puro pretesto utile ad accostare situazioni che prestano il fianco a facili sketch (vedi la cena con la psicologa) e infine la risoluzione finale positiva al massimo presenta i problemi visti lungo tutto il film come già risolti senza averne mai messo in scena il processo risolutivo.
La prima cosa bella

Bruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita.
È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all'italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell'anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un'irresistibile attrazione.
Indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce.
La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo.
La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l'equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi.
Baciami ancora
Carlo e Giulia si sono amati e odiati e traditi e ora, separati, condividono la figlia Sveva. Giulia ha un nuovo compagno, un attore, mentre Carlo ha tante donne e poco amore. Marco e la moglie hanno inseguito disperatamente il desiderio di un figlio e da quel fantasma si sono lasciati corrodere. Livia ha cresciuto Matteo da sola, Alberto ha perseguito l'indipendenza affettiva, Paolo è passato da una dipendenza ad un'altra. Il ritorno a Roma di Adriano, il padre di Matteo, dopo quasi dieci anni, li riunisce e li riporta alla fontana dei desideri, ma non c'è più acqua: o la si riempie o ci si schianta al suolo. Dieci anni fa, L'Ultimo Bacio irrompeva sulla scena cinematografica italiana risollevandone le sorti al botteghino ma soprattutto proponendosi come uno specchio delle brame e dei tentennamenti dei trentenni, a cui la maturità pareva porre le sue richieste anzitempo; scomoda, insoddisfacente, liberticida. Il film movimentava le acque e, forse, le coscienze, con la sua macchina da presa mai ferma e il suo protagonista sempre in corsa, per non lasciarsi sfuggire questo, per riprendere quello, per battersi sul tempo prima e per recuperarlo poi. Oggi Carlo è esaurito. È stressato, dice il film, ma forse anche svuotato come personaggio, sacrificato a un destino di contenitore della "storia di tutte le storie d'amore", come recita la tag-line di promozione di Baciami Ancora. Ciò non significa che Muccino non racconti quello che conosce, al contrario: fedele alla rappresentazione di un milieu borghese, pacificato con se stesso e consapevole, non cerca l'eccezionale ma racconta la norma con un'eccezionalità di tono, non solo vocale. Perché allora non plaudire a chi ci dice come siamo e ci mette addirittura su uno schermo per dirci quanto siamo normali nelle nostre stranezze, quanto buffi e disperati, e quanto ogni errore è riparabile, se lo vogliamo veramente, perché tutto è possibile? Perché non è vero, cioè non lo è qui. Nel film di Muccino non c'è vera libertà di scelta, si corre e si suda sul tragitto senza sbocco di un tapis roulant e il battito cardiaco accelera sì, ma per claustrofobia. Baciami Ancora è cinema del ritorno, del falso movimento, che va benissimo finché non si spaccia per cinema della possibilità o della verità. Dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa, della dinamica amorosa, Muccino racconta il volto esteriore, ne istoria e colora magistralmente la facciata, non si appella agli scherzi del destino o del caso, come farebbe magari un copione corale francese, nemmeno nella vicenda di Favino, apparentemente la più coraggiosa; non solleva le lenzuola (sono già stese, come sipari innocenti sul terrazzo di Come te nessuno mai), non ci dice i gesti privati, precisi, individuali, del dolore e della sorpresa; ha tutti gli strumenti per fare il cinema ma non guarda attraverso il suo filtro.Scusa ma ti voglio sposare
Niki e Alex stanno felicemente insieme nonostante la differenza d'età; lei frequenta l'università, lui è un pubblicitario di successo. Mentre i suoi amici disintegrano la loro vita amorosa col tradimento o con l'indifferenza, Alex si convince a chiedere Niki in sposa, durante un weekend a Parigi. Entusiasta, la ragazza finisce però nelle grinfie delle future cognate, che le rubano i preparativi. Delusa e stressata, Niki lascia Alex e va in vacanza ad Ibiza con Guido, un coetaneo che la corteggia. Anche sorvolando alla massima velocità sul deserto del plot, in Scusa ma ti voglio sposare, scritto e diretto da Federico Moccia sull'onda del successo di Scusa ma ti chiamo amore, resta comunque arduo scorgere un'oasi dove trovar conforto all'arsura. Appurato che Raul Bova può fare la commedia romantica, manca ancora all'appello il secondo termine dell'affermazione: un copione, un'idea, un sentimento. Il sequel alza lo sguardo dal mondo dei diari scolastici su quello dei quarantenni per i quali il bello del matrimonio è condividere un brodino caldo e un bel film e non c'è miglior regalo di compleanno o di Natale di una prostituta di colore; dove le ragazze hanno lingue che sembrano “sciarpette de Fendi”, i libri di poesia non hanno un titolo e o si trasgredisce o si è delle mummie, o il punk o il clavicembalo. Certo Niki e Alex sono pensati per fare la differenza, camaleonti in grado di non sfigurare in nessun dove, di colorarsi di (finta) eleganza nel castello dei genitori di lui, di cuore-sole-amore sulla spiaggia e soprattutto di nulla, a contatto col nulla. Eppure sono proprio loro gli alfieri del vero cattivo gusto del film, quelli che sfuggono all'alibi dell'esagerazione o della semplificazione richieste dalla commedia, e ci stordiscono con un video amatoriale da Parigi che è un'arma di distruzione di massa. Per scelta o per forza di cose, l'uso che Moccia fa del linguaggio audiovisivo è prescolare: quando si vede un cane parte la canzone del cane, quando lei dice “è finita” la colonna sonora ripete “è finita…”, quando piove la musica intona “piove…”; e la sofisticheria è quella di affidare la battuta che dà il titolo al film ad una scritta al neon. È quasi un'autodenuncia di impronunciabilità, così come sono dei boomerang i mille momenti in cui i personaggi sbottano in un “che palle!”. Fungono da cinture di sicurezza, che attutiscono l'impatto, i bravi Cecilia Dazzi e Pino Quartullo e la bella Beatrice Valente Covino nei panni di Olly, una delle amiche della protagonista la cui storia è esilissima ma almeno non è quella di una ragazzina incinta. Quella tocca all'altra amica.
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