Phil e Claire sono una coppia media, sposata con figli, stanziata in un medio quartiere residenziale di New York, alle prese con i problemi tipici di chi, a qualche anno dal matrimonio, soffre di un calo del desiderio e dell'affiatamento. Per rimediare decidono di passare una serata in grande stile in un ristorante esclusivo di Manhattan. Arrivati lì però scoprono che di trovare un posto non se ne parla nemmeno e, infastiditi da come il personale li tratti da nullità, dopo aver notato che nessuno rivendica un tavolo libero per due si fingono i legittimi prenotatori di quel posto. Questo scambio di identità innesca una girandola di equivoci, incidenti, fughe e travestimenti con al centro polizia corrotta, mafia locale e un politico con foto sconce da nascondere. La metropoli di notte come incubo, una prigione grande come una città senza via d'uscita se non l'arrivo del sole, dotata di suoi luoghi tipici e topici, caratterizzata da figure archetipe della persecuzione (i boss, i poliziotti corrotti, gli uomini rispettabili di giorno ma dalla doppia vita notturna...) è un classico del racconto americano. Ci è passato Scorsese, ci è passato Walter Hill e via via tutti coloro che volevano raccontare "l'altra New York". Si tratta di un processo normale, tutte le società in cui il tratto metropolitano è marcato tendono prima o poi a rappresentare il proprio nucleo pulsante attraverso una vita notturna speculare a quella di giorno, in cui le cose più normali diventano impossibili e in cui la vita non funziona come nel resto del tempo. Così da una prenotazione rubata in un ristorante e dal conseguente scambio di persona che ne deriva Shawn Levy (che di avventure notturne in modi segreti, specie al Museo, se ne intende) costruisce una pellicola girata in modo da calzare i due protagonisti. Purtroppo l'umorismo di Tina Fey e Steve Carrel fatica molto nella traduzione e nell'adattamento italiano, tuttavia anche nella versione nostrana rimane un ritmo impressionante, sviluppato lungo tutta la commedia e aiutato da un digitale capace di arrivare in qualsiasi anfratto, che le consente di andare oltre le singole storture disegnando un'avventura vera e propria, in cui spiccano piccoli momenti di geniale ilarità. In questo modo Notte folle a Manhattan diventa quasi una presa in giro degli altri incubi metropolitani newyorchesi, rivoltandone le figure tipiche e giocando con il suo umorismo su mode e modi di esporre di quei film. Alla fine però la parabola è sempre quella normalizzante all'americana, per la quale il viaggio, tutto interno a New York, è anche un percorso simbolico di un marito e una moglie che riscoprono le ragioni del loro affiatamento. In questo forse Notte folle a Manhattan ha il suo punto debole: nel non essere davvero "folle" (del resto il titolo originale è molto più semplicemente Date Night) come il suo umorismo potrebbe portarlo ad essere o come lo erano altri predecessori più drammatici. Al contrario è un percorso a grandi falcate verso la normalità che passa per il progressivo rifiuto di tutte le componenti "altre" della società che di volta in volta la coppia incarna o con cui entra in contatto.martedì 4 maggio 2010
Notte folle a Manhattan
Phil e Claire sono una coppia media, sposata con figli, stanziata in un medio quartiere residenziale di New York, alle prese con i problemi tipici di chi, a qualche anno dal matrimonio, soffre di un calo del desiderio e dell'affiatamento. Per rimediare decidono di passare una serata in grande stile in un ristorante esclusivo di Manhattan. Arrivati lì però scoprono che di trovare un posto non se ne parla nemmeno e, infastiditi da come il personale li tratti da nullità, dopo aver notato che nessuno rivendica un tavolo libero per due si fingono i legittimi prenotatori di quel posto. Questo scambio di identità innesca una girandola di equivoci, incidenti, fughe e travestimenti con al centro polizia corrotta, mafia locale e un politico con foto sconce da nascondere. La metropoli di notte come incubo, una prigione grande come una città senza via d'uscita se non l'arrivo del sole, dotata di suoi luoghi tipici e topici, caratterizzata da figure archetipe della persecuzione (i boss, i poliziotti corrotti, gli uomini rispettabili di giorno ma dalla doppia vita notturna...) è un classico del racconto americano. Ci è passato Scorsese, ci è passato Walter Hill e via via tutti coloro che volevano raccontare "l'altra New York". Si tratta di un processo normale, tutte le società in cui il tratto metropolitano è marcato tendono prima o poi a rappresentare il proprio nucleo pulsante attraverso una vita notturna speculare a quella di giorno, in cui le cose più normali diventano impossibili e in cui la vita non funziona come nel resto del tempo. Così da una prenotazione rubata in un ristorante e dal conseguente scambio di persona che ne deriva Shawn Levy (che di avventure notturne in modi segreti, specie al Museo, se ne intende) costruisce una pellicola girata in modo da calzare i due protagonisti. Purtroppo l'umorismo di Tina Fey e Steve Carrel fatica molto nella traduzione e nell'adattamento italiano, tuttavia anche nella versione nostrana rimane un ritmo impressionante, sviluppato lungo tutta la commedia e aiutato da un digitale capace di arrivare in qualsiasi anfratto, che le consente di andare oltre le singole storture disegnando un'avventura vera e propria, in cui spiccano piccoli momenti di geniale ilarità. In questo modo Notte folle a Manhattan diventa quasi una presa in giro degli altri incubi metropolitani newyorchesi, rivoltandone le figure tipiche e giocando con il suo umorismo su mode e modi di esporre di quei film. Alla fine però la parabola è sempre quella normalizzante all'americana, per la quale il viaggio, tutto interno a New York, è anche un percorso simbolico di un marito e una moglie che riscoprono le ragioni del loro affiatamento. In questo forse Notte folle a Manhattan ha il suo punto debole: nel non essere davvero "folle" (del resto il titolo originale è molto più semplicemente Date Night) come il suo umorismo potrebbe portarlo ad essere o come lo erano altri predecessori più drammatici. Al contrario è un percorso a grandi falcate verso la normalità che passa per il progressivo rifiuto di tutte le componenti "altre" della società che di volta in volta la coppia incarna o con cui entra in contatto.Dear John
John Tyree è un soldato delle forze speciali in licenza tre settimane sulle spiagge dell'Atlantico. Savannah Curtis è una studentessa idealista in vacanza davanti allo stesso oceano. Stregati dalla luna, John e Savannah vivono tre settimane intense, si giurano amore eterno e si danno appuntamento l'anno successivo. Molti esami, missioni militari e lettere d'amore dopo, gli innamorati si ritroveranno per separarsi per sempre a causa dei drammatici fatti dell'undici settembre. John, fedele alla patria e alla bandiera, rinnova il suo impegno con l'esercito, soffocando devozione e intenzione nella sua amata. Rientrato dall'Afghanistan diversi anni dopo scoprirà però che il fuoco del loro sentimento non si è mai spento. Trasposizione dell'ennesimo romanzo lacrimoso di Nicholas Sparks, Dear John è un dramma incline al mèlo che prova a contrastare luna e saga di Stephenie Meyer, rappresentando la normalità di insicurezze post-adolescenziali a fronte di un contesto eccezionale e minaccioso. Se in The Twilight Saga la singolarità è data dalla natura di redivivo del protagonista, nel film di Lasse Hallström sono gli attacchi dell'undici settembre e la conseguente ‘rappresaglia' contro il terrorismo l'anomalia che interviene a separare gli amanti. Channing Tatum, virile e ‘ben piantato', è di fatto il rivale di Robert Pattinson, freak pallido rimpiazzato con un licantropo. Amanda Seyfried, sognatrice e virtuosa, è invece antagonista della più competente e meno conveniente Belle di Kristen Stewart. Ma se l'amore dannato di Edward e Belle li spingerà verso l'altare, più complesso sarà da realizzare il sentimento epistolare di un soldato e della sua giovane “sposa di guerra”, che sfideranno attentati, guerre e destino con la più rettilinea delle storie d'amore. Rettilinea almeno nelle intenzioni e contrastata quanto è inevitabile che sia in situazioni di emergenza. Il principio del film è quello della distanza fisica tra gli amanti, il proponimento è quel “rivediamoci qui tra un anno” che fa maturare la più asessuata delle attrazioni, la figura chiave la liberazione all'ultimo minuto dei sentimenti che ‘sopprime' ‘l'altro uomo' in carica con le ore chiaramente contate. La vellutata morbidezza dei protagonisti, della fotografia e delle parole di Sparks è lo strumento addizionale per dire del loro amore, il cui impossibile appagamento per ragioni belliche non diventa certo manifesto di grande umanità contro la guerra. Il dramma addomesticato (quanto un cucciolo di razza Akita) di Hallström è lontano dalla creativa sensibilità melodrammatica di Addio alle armi o dalla ricostruzione visiva di sentimenti senza freni. Con Dear John siamo piuttosto dalle parti degli “strappalacrime” e della chimica delle emozioni. Onde e gabbiani, luci e riflessi, muscoli tonici e curve carezzevoli, concorrono a produrre unAiuto Vampiro
Dopo quella di Twilight, una nuova saga vampiresca arriva sugli schermi a rielaborare e contaminare - con altri generi - un mito vecchio di secoli. Anche in questo caso l'origine è in una serie di libri di successo, scritti da Darren Shan - che è anche il nome del protagonista della vicenda - e anche in questo caso i personaggi chiave sono dei teenager alla ricerca di un proprio ruolo nel mondo. Darren è un ragazzo modello, ma talvolta è traviato dal suo migliore amico Steve, piuttosto scapestrato. Assieme a lui, nonostante le reprimende del suo insegnante, Darren va a un misterioso Freak Show appena giunto in città. Il fatto è che Steve è molto interessato ai vampiri e Darren ai ragni, per cui un Freak Show - il Cirque du Freak - è per loro un must. Lo spettacolo è strano: il primo a comparire è un licantropo che strappa di netto un avambraccio di una spettatrice che si rivela essere uno dei freak dello show, capace di rigenerare l’arto perduto. L'attrazione più importante è Larten che si esibisce con Madame Octa, un ragnone velenoso. Steve è sicuro che Larten sia un vampiro. All’arrivo della polizia, Steve e Darren fuggono. Quest’ultimo si rifugia nell’armadio del camerino di Larten e lo scorge discutere con un certo Gavner: apprende che c’è una sanguinosa lotta in corso tra fazioni di vampiri. Il cattivo è un certo Tiny: Gavner vorrebbe che Larten collaborasse nella lotta contro di lui, ma Larten vuole continuare a fare il suo spettacolino in pace. Dal suo nascondiglio, Darren vede Steve chiedere a Larten di diventare un vampiro, subendo un rifiuto perché il suo sangue sa di malvagio. Darren fugge, ma finisce momentaneamente tra le grinfie di Tiny, che ha un misterioso interesse per lui. Il ragno di Larten - rubato da Darren - punge Steve. Per salvarlo, Darren accetta di diventare l’aiutante di Larten, un aiuto vampiro: l’avventura di Darren nel mondo delle tenebre è solo cominciata. Più che sul sentimentale, come la saga di Twilight, questa punta sulla commedia, sul lato fiabesco dell’horror, pur risolvendosi comunque in una sorta di racconto di formazione, con due ragazzi sul punto di decidere cosa fare della propria vita: uno vorrebbe diventare un vampiro e lasciare tutto, perché in fondo non ha niente; l’altro ha tutto, ma non sa cosa vuole veramente. Il futuro di perbenismo che si prospetta al primo della classe Darren è - nella semplice triade presentatagli con entusiasmo dal padre: università, lavoro, famiglia - agghiacciante, ma anche il nulla che si presenta davanti al reprobo Steve - padre assente, madre ubriaca, istruzione deficitaria - è privo di qualsiasi attrattiva. Il cambiamento assume quindi le sembianze del soprannaturale, che interviene dall’alto a cambiare il corso degli eventi e a renderlo interessante. Il lato fantasy-horror pecca un po’ di già visto nelle atmosfere e nelle situazioni: tra freak, vampiri buoni, vampiri cattivi e crudeli burattinai dei destini altrui, la storia scorre senza approfondire, trovando appena il tempo per un rapido interludio sentimentale tra Darren e la donna scimmia interpretata con spigliatezza da Jessica Carlson. Il regista Paul Weitz cerca di mantenere un tono accattivante e brioso, ma quando l’azione comincia a prendere il sopravvento si ritrova un po’ a disagio nel governarla. Del resto, il suo background è fatto soprattutto di commedie, a partire da American Pie e passando per il simpatico About a Boy. Più in linea quello dello sceneggiatore Brian Helgeland che, prima di passare a film come Mystic River, si era formato proprio nell’horror, con gli script per Nightmare 4 - Il non risveglio, 976 - Chiamata per il diavolo e Autostrada per l’inferno, per non parlare della regia del plumbeo La setta dei dannati. Ma qui, la sceneggiatura è squilibrata, affastella fatti e situazioni con un certo disordine, introducendo personaggi su personaggi che rimangono senza spessore anche quando affidati a interpreti di nome (come la donna barbuta di Salma Hayek e l’azzimato vampiro di Willem Dafoe). Altri personaggi hanno invece sufficiente presenza scenica, anche se sempre in modo caricaturale ed esteriore: su tutti, Tiny, classico suave mellifluo, untuoso e letale, interpretato con gusto da Michael Cerveris. Tra salti acrobatici e sganassoni, il confronto finale cerca di ottenere attraverso gli effetti speciali - peraltro buoni - il pathos che non è stato sviluppato con la storia. E, come capita spesso nelle saghe chilometriche, la sensazione che qualcosa sia trattenuto per gli sviluppi futuri rende la conclusione un po’ troppo interlocutoria.Codice Genesi
In un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l'ultima guerra, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l'America. Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi - i segni di una catastrofica distruzione. Non c'è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po' d'acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell'errore fatale che hanno commesso. Solo un altro uomo in quel mondo in rovina comprende il potere che Eli detiene, ed è deciso a impadronirsene: Carnegie il despota di una precaria città di ladri e killer. Ma la figlia adottiva di Carnegie, Solara è affascinata da Eli per un altro motivo, la visione che lui offre di qualcosa che può esistere oltre i confini del territorio dominato dal patrigno. Non è un film facile Codice: Genesi (titolo banalizzante e troppo rivelatore al contempo rispetto all'originario The Book of Eli. Non è facile da definire e non sarà facile neppure per lo spettatore predisposto al genere 'post-catastrofe' così come si è venuto declinando negli ultimi anni. Perché qui la commistione è forte. A partire dalla scelta cromatica che permea tutta la vicenda e che si rivela particolarmente insolita. In cui si inserisce immediatamente la figura del cavaliere solitario (anche se procede a piedi) che ha dalla sua la forza di un sapere ormai perduto e che il Male (un Gary Oldman ormai specializzato in ruoli non precisamente conviviali) vuole ottenere per sé. Eli conosce la Parola ma sa usare le armi per difenderla e difendersi procedendo verso un finale in cui, di tappa in tappa, si procede verso uno sguardo sempre più interiore. Codice: Genesi non è un film facile anche perché adotta stili narrativi diversi. Alla scene di azione si succedono in più di un'occasione dialoghi corposi quasi si volesse prestare attenzione a un pubblico molto diversificato. C'è poi un versante citazionista che potrà dare fastidio ad alcuni e invece sollecitare la memoria cinefila di altri. Partendo da Interceptor per arrivare a Fahrenheit 451 innumerevoli sono le citazioni (od omaggi se preferite) che costellano il film. Che i fratelli Hughes (lontani dal grande schermo dal 2001 con From Hell) costruiscono tutto intorno a quello che una parte dell'umanità ritiene essere Il Libro di cui la memoria non dovrà mai essere smarrita. Gli Hughes propongono in materia una curiosa occasione di riflessione.La valigia sul letto
Achille Lo Chiummo e la sua amata Brigida hanno avuto lo sfratto e come nuova dimora non hanno trovato di meglio che un cantiere della metropolitana. Come se non bastasse lei è costretta a travestirsi da polpetta per pubblicizzare la carne di un negozio e lui perde nel giro di un giorno, dopo anni, il lavoro all'anagrafe, per di più senza essere mai stato assunto. Come sfuggire ad un'esistenza tanto misera? Alterando dei vecchi documenti, cancellando una lettera dal cognome del nonno e ritrovandosi di colpo parente del boss pentito Antimo Lo Ciummo. Un piano apparentemente perfetto, se si eccettuano gli imprevisti che la convivenza con uno spietato camorrista sotto il programma di protezione testimoni può portare con sé. Terza fatica cinematografica di Eduardo Tartaglia, La valigia sul letto allarga il cast a nomi vicini (Casagrande, Mahieux) e lontani (Seredova) e amplia la distribuzione fuori dal territorio campano, forte di una scrittura a strati, che sotto gli abiti leggeri della gag verbale (“nell'intimo puoi chiamarmi Antimo”) e dell'allegra confusione partenopea di toni e caratteri, non si fa mancare il cappotto e l'impermeabile, vale a dire un copione narrativamente più che strutturato e autonomo e un gruppo di attori capaci, dai tempi comici rodati. E il cinema? Ebbene, a questo giro va senza dubbio riconosciuta a Tartaglia una confidenza in più con la macchina da presa, che gli permette talvolta l'exploit ludico (le sequenze da poliziottesco; Brigida che si cambia nome in Sophia e cita la Cruz di Volver; “la cagna” di Nunzia Schiano) e tal'altra l'omaggio intelligente, perché non c'è dubbio che dentro questa valigia, come portafortuna per il viaggio, ci sia il Totò cerca casa di Steno e Monicelli. Là come qui, tra aule scolastiche e cimiteri e il Colosseo soppiantato da un altro tempio, il centro commerciale, si affrontano i temi sociali più drammatici nascondendoli senza sforzo sotto la farsa. Ed è proprio nella sequenza dell'“A livella”, quando il trio Tartaglia-Casagrandre-Izzo, complice il contesto sepolcrale, si lancia nell'interpretazione della poesia di Totò, che i personaggi scritti si dimenticano un attimo dei loro compiti ed emerge, insopprimibile e più autentica del resto, la passione per l'improvvisazione, per il teatrino. Nella finzione, l'ispettore di polizia si tormenta chiedendosi come credono i Lo Ciummo di riuscire a mantenere l'incognito continuando a fare “'ste recite di carnevale”, ma fuor di finzione la conclusione non è dissimile: per quanto più attento alla verità dei luoghi e più sciolto e divertito nella tecnica di ripresa, il cinema di Tartaglia resta teatro filmato. Teatro esperto e strappa risate, con un numero da applauso - la faida tra la sorella di Achille e la sua compagna - e qualche coriandolo e stella filante di troppo.martedì 27 aprile 2010
La città verrà distrutta all'alba
L'originale La città verrà distrutta all'alba rappresentò nel 1973 il ritorno di George A. Romero a un cinema dinamico e apocalittico, dopo il fondamentale La notte dei morti viventi. Agli zombie si sostituivano persone normali rese pazze da un virus colpevolmente propalato da fonti governative: il formato narrativo rimaneva lo stesso, ma lo spunto scientifico-tecnologico costituiva una variante significativa che avrebbe preso piede dando a Romero un altro primato nell'innovazione e togliendo al cinema “virologico” quell'aura asettica che sin lì l'aveva contraddistinto (Andromeda è un esempio tipico). Con tutto ciò, diversamente da La notte dei morti viventi, La città verrà distrutta all'alba di Romero non è un film perfetto. Perciò, un remake - in quest'epoca in cui tutto viene rifatto - trova già a priori meno obiezioni del solito. All'opera si è dedicato Breck Eisner, giovane regista californiano dal curriculum non trascendentale, sulla base di una sceneggiatura che rielabora ampiamente la storia originale. Nella pacifica cittadina di Ogden Marsh, la gente comincia a comportarsi stranamente. Un tizio armato di fucile irrompe nel campo di baseball dove si sta giocando una partita. Lo sceriffo David Dutten lo conosce, come conosce tutti in città: pensa che sia semplicemente ubriaco e cerca di convincerlo ad abbassare il fucile, ma, quando il tizio gli punta contro il fucile, è costretto a ucciderlo. La dottoressa Judy Dutten, moglie dello sceriffo, cerca di alleviare il senso di colpa del marito per un omicidio così incongruo, ma le cose sono destinate a peggiorare. Di fronte a una situazione totalmente inaspettata per uno sceriffo di provincia, David non si perde comunque d'animo e indaga assieme al suo aiutante Russell. I due trovano un aereo precipitato nella palude vicina alla cittadina. Il micidiale carico dell'aereo ha contaminato l'acqua di Ogden Marsh liberando un virus che rende pazzi. Andando contro l'opinione dell'autorità cittadina che teme per i raccolti, David chiude l'acqua, ma è troppo tardi. I militari circondano l'area per evitare che il virus si diffonda e il caos domina sovrano. I segni dei comportamenti instabili che screziano la perfetta armonia della tipica cittadina di provincia americana sono introdotti con gradualità e sapienza, attraverso un meccanismo narrativo fluido e oliato. La suspense è creata con cura e abilità, partendo dal rovesciamento inspiegabile della normalità e arrivando a un ossessivo scatenamento di una violenza sempre più selvaggia. La disumanità dell'intervento militare aggiunge ulteriori cupi dettagli a un quadro senza speranza nel quale le persone perdono ogni connotazione umana o se la vedono negare da quelli che dovrebbero portare loro salvezza. Rispetto al film di Romero (che qui figura come produttore esecutivo), questo ha le qualità che a quello in parte difettavano (coesione narrativa, costruzione della suspense, recitazione professionale, effetti speciali adeguati) e manca delle caratteristiche che rendevano l'originale un film particolare (forte connotazione politica e anti-istituzionale, cattiveria e anticonvenzionalità). Due film diversi, quindi, ma ugualmente validi e di solido intrattenimento. Un problema per lo spettatore odierno può essere la mancanza di novità: il film di Romero era un precursore, questo segue una lunga serie di film nei quali il contagio virale rende pazzi scatenati o zombie. Non si può farne una colpa a Breck Eisner che ha diretto con efficienza e sensibilità il materiale narrativo che aveva tra le mani, riuscendo a realizzare efficaci momenti di tensione e a dipingere con tocchi di verità un incubo moderno e realistico. Complessivamente buona la resa degli interpreti, con una particolare menzione per l'incisivo Joe Anderson, visto recentemente in Rovine, un altro horror interessante. Gli appassionati saranno contenti di vedere il fulmineo cameo di Lynn Lowry, che era tra i protagonisti del film originale. Un film di Breck Eisner. Con Timothy Olyphant, Radha Mitchell, Joe Anderson, Danielle Panabaker, Christie Lynn Smith. continua» «continua Brett Rickaby, Preston Bailey, John Aylward, Joe Reegan, Glenn Morshower, Larry Cedar, Gregory Sporleder, Mike Hickman, Lexie Behr, Robert Miles, Rachel Storey, Brett Wagner, Tahmus Rounds, Frank Hoyt Taylor, Lisa K. Wyatt, Justin Welborn, Chet Grissom Titolo originale The Crazies. Horror, durata 101 min.Matrimoni e altri disastri
Nanà è la primogenita di una ricca famiglia fiorentina e, al contrario della sorella, non è mai stata fortunata con gli uomini. Dapprima un'adolescenza da bruttina studiosa e poi un lungo rapporto culminato con la presa dei voti da parte del partner. Ora è una cinquantenne insoddisfatta. E come se non bastasse l'insoddisfazione di una vita priva d'amore (e di sesso, come non manca di ricordargli il suo pc), adesso dovrà anche organizzare il matrimonio della sorella minore, carina e spigliata, con un uomo che già le sta poco simpatico ma che ha conquistato tutta la famiglia. I giorni che la separano dalla cerimonia saranno un'unica lunga presa di coscienza. È un oggetto molto curioso Matrimoni e altri disastri. Un film che in fondo parla molto poco di matrimoni (ce n'è uno solo) e più che altro di disastri, familiari e non, in un nucleo disfunzionale al centro del quale c'è uno dei personaggi più curiosi del nostro cinema moderno: una donna di mezza età, sola (come sempre più spesso ci capita di vedere), dalle convinzioni progressiste salde solo a parole ma che sa trarre forza da queste incertezze invece che farne una debolezza. Nell'interpretare Nanà Margherita Buy bridgetjoneseggia per tutto il film (cosa in cui eccelle), in un tripudio di brutte figure, errori, distrazioni, inciampi, abrasioni, gaffes, stupori, colpi di scena, sfortune casuali e causate, tali e tante da andare oltre la macchietta e diventare instabilità pura. Con il suo incedere allegramente malinconico Nanà attraversa un film che non ha un unico intreccio bensì procede per accostamento di situazioni, sempre più estreme, a mano a mano che si avvicina la fatidica data del matrimonio, l'evento che scandisce il ritmo di tutta la storia. Più gli eventi sembrano pretesti per una gag o l'ennesimo incidente diplomatico (ma anche fisico) della protagonista, più emerge dall'altro canto un mood autentico. Come in un film di Virzì (e non sembra un caso che alla sceneggiatura ci sia Francesco Bruni) la protagonista diventa il collettore delle infelicità e dei problemi altrui, benchè tra tutti i personaggi presentati sia quella che più avrebbe da lamentarsi. Nonostante alcune cadute di stile, dei passaggi un po' raffazzonati e qualche ingenuità Matrimoni e altri disastri ha la qualità migliore che si possa riconoscere a un film, la consapevolezza di se stesso e una spiccata sincerità sentimentale. Con tono leggero ci racconta il percorso accidentato di una donna abituata ad addossarsi le sciagure altrui e intanto tiene di sfondo un'umanità pessima in ogni senso, alla quale però non ha l'arroganza di regalare disprezzo ma solo la giusta dose di esposizione. Procedendo per accumulo di instabilità riesce a raccontare in maniera sottile la caotica esistenza priva di certezze di chi, privo di una figura a cui regalare e da cui ricevere affetto, si affanna a cercare la normalità dimenticandosi che invece le persone "normali" sono quelle che non si sforzano di essere tali. Nonostante sia evidente da quale parte pendano le idee di chi scrive e chi dirige, ogni punto di vista è trattato con la medesima equità e la divisione non è mai in buoni e cattivi, quanto in disperati e ancora più disperati. Cosa decisamente inusuale in una commedia che si fa notare soprattutto per la sua comicità.Un film di Nina Di Majo. Con Margherita Buy, Fabio Volo, Luciana Littizzetto, Francesca Inaudi, Marisa Berenson. Mohammed Bakri, Massimo De Francovich, Italo Dall'Orto, Gianna Giachetti, Elisabetta Piccolomini, Stefano Abbati, Jarkko Pajunen, Antonio Petrocelli, Sergio Forconi, Laura Pestellini, Mehmet Gunsur, Danilo Nigrelli, Nicoletta Boris, Lorenzo Caponetto Commedia, durata 102 min.
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