giovedì 26 agosto 2010

The American

Solo ed unico tra gli assassini, Jack (interpretato da Clooney) è un esperto artigiano. Quando un lavoro in Svezia finisce in maniera più cruente di come se lo sarebbe aspettato, questo Americano all'estero promette al suo contatto Larry (Bruce Altman) che il suo prossimo incarico sarà il suo ultimo. Jack si ritira nella campagna italiana, dove si nasconde in un piccolo paesino sperduto e gode la lontananza dalla morte. Il suo compito, come assegnatoli da una donna belga, Mathilde, è nella costruzione di un'arma super letale. Sorprendendo se stesso, Jack si rivolge al prete locale Padre Benedetto e inizia una relazione amorosa con Clara. Nell'uscire dalla solitudine ed oscurità Jack però sta provocando la sorte.

lunedì 26 luglio 2010

L'acchiappadenti


Derek Thompson è un campione di hockey su ghiaccio soprannominato “La Fata del Dentino” perché spesso e volentieri durante gli scontri sul campo di gioco fa saltare i denti degli avversari. Derek però è anche molto bravo in un'altra attività: infrangere i sogni e le speranze dei più piccoli. È quello che cerca di fare anche con la figlia più piccola di Carly ( sua attuale compagna) alla quale è caduto un dentino e attende il dollaro in cambio. Viene interrotto ma l'intenzione c'era e quindi…lo attende una punizione. Viene trasportato nel mondo delle fiabe e costretto a diventare per un certo periodo una Fata del Dentino con tanto di ali e attrezzatura ad hoc.
Capita quasi a tutti prima o poi nel ‘magico' mondo di Hollywood di ritrovarsi a fare un film con e per i bambini. Questa volta è il turno di Dwayne “The Rock” Johnson. Intendiamoci: i muscoli restano gli stessi ma è il contesto che cambia decisamente. Neanche il fan più perverso dell'attore avrebbe potuto pensarlo un giorno in un film con addosso un tutù rosa. E invece… C'è però modo e modo di cedere a questo tipo di contratti e, visto l'esito complessivo, non si può dire che Johnson abbia ceduto solo quando ha visto l'assegno per la scrittura.
Perché il film (se visto come un prodotto per famiglie) funziona abbastanza. Ha quel pizzico di follia e di surreale necessari per rendere accettabile la storia (magari ammiccando un po' ad Harry Potter nella scena con un divertente e divertito Billy Crystal). Presenta poi un percorso di avvicinamento adulto/ragazzi (in particolare con il figlio più grande di Carly) che ricorda tanto i film Disney anni Sessanta (tipo Il cowboy con il velo da sposa).
Gli adulti che accompagnano i più piccoli possono poi ritrovare una vecchia (si fa per dire) gloria come Julie Andrews nei panni di una Regina delle Fate in versione manageriale e determinata a non farsi mai interrompere quando parla (il che con Derek avviene regolarmente).

Lei è troppo per me


Kirk Kettner è un ragazzo esile e impacciato, impiegato come agente della sicurezza in aeroporto. Esperto nel gestire l’ordine sul lavoro è un vero disastro nella vita privata, dove è piantato da una fidanzata petulante. Convinto di essere destinato a una vita senza amore, è folgorato al checkpoint da Molly, bella, bionda e decisa a dire sì proprio a lui. Salvata dalle attenzioni moleste del suo capo, Molly resta folgorata dalla gentilezza di Kirk e decide di dargli un appuntamento. Una partita di hockey e una cena romantica dopo, i due ragazzi si innamorano tra lo stupore di amici e familiari, che credono improbabile l’unione di bellezza e ordinarietà. Tra alti e bassi, tra voli da prendere e voli da perdere, Kirk e Molly vinceranno perplessità e scetticismi, facendo strike degli ostacoli.
Opera prima di Jim Field Smith, Lei è troppo per me è una commedia sentimentale che riflette sul pregiudizio indotto dalla bellezza o dall’esserne privi. I due protagonisti incarnano sullo schermo la bella e il nerd, condizioni esistenziali contrarie (eppure scopriremo compatibili) che subiscono nel film lo stesso trattamento. Il felice debutto del regista inglese chiamato alla corte di Hollywood lavora sull’accoglienza riservata dal mondo a coloro che sono ordinari o straordinari. Kirk è il ragazzo più mite e pavido del mondo che porta con gravità l’impegno di una faccia indifferente e di un profilo debole, Molly è una giovane donna raffinata che infonde nella pienezza greve della carne una candida levità. Per caso o per azzardo si incontrano in un non luogo, l’aeroporto in cui è occupato lui, e si piacciono contro ogni convenzione, che vuole il nerd introverso e misantropo e la pupa preda d’elezione del ragazzone di turno.
Di fatto, secondo inflessibile clichè di genere, Kirk e Molly impersonano la coppia che non può stare insieme. Nell’eccezione, che contravviene la regola fissata dalla romantic comedy, sta allora l’eccezionalità di questo film che lavora per innamorare le parti altrove destinate a ignorarsi. Per confrontare credibilmente i due mondi, Kirk dovrà necessariamente scoprire di essere più attraente di quanto abbia mai stimato e Molly di essere meno perfetta di quanto sia mai stata giudicata. La ricerca della misura e il tentativo degli amanti di pareggiare lo svantaggio o di accorciare il vantaggio producono da una parte una commedia improntata sulla relazione ideale e dall’altra una comicità bassamente corporale, che sembra omaggiare il cinema politically uncorrect dei fratelli Farrelly.
Alla fine in Lei è troppo per me sarà però la commedia a soppiantare il comico. Kirk si assumerà la responsabilità della crescita superando la condizione infantile di eterno nerd single. E reprimendo la sua prossima erezione volerà con la sua bionda verso il più rosso dei tramonti.

L'imbroglio nel lenzuolo

Sicilia, 1905. Federico studia contro voglia medicina e sogna con tutto il cuore di scrivere storie d'amore per il cinematografo, meraviglia di luce che riflette la vita su un lenzuolo. Commosso come i suoi paesani dalla magia del cinema, Federico abbandona gli studi e si improvvisa direttore di scena per Don Gennarino Pecoraro, vizioso produttore napoletano deciso a produrre un film tutto suo. Stufo di treni che arrivano alla stazione e di operai all'uscita dalle fabbriche, Don Gennarino commissiona al ragazzo una storia pruriginosa che ‘scopra' aspiranti attrici e ne mostri generosamente le grazie. Ispirato dal bagno biblico della “Casta Susanna”, Federico sceglie di immortalare le carni della bella Marianna, fattucchiera imbrogliona e lavandaia analfabeta di una scrittrice torinese. Il successo del film creerà non pochi problemi alla protagonista inconsapevole, additata e disonorata dal paese almeno fino a quando “u'mbrogghiu nt'o linzolu” non verrà rivelato. Tratto dal romanzo omonimo di Francesco Costa, L'imbroglio nel lenzuolo recupera e racconta la luce dei Lumière e lo stupore che produsse nei primi spettatori. Dieci anni dopo le prime immagini proiettate a Parigi nel Boulevard des Capucines, il cinematografo approdò in Sicilia e innamorò fino alle lacrime contadini, comari e provinciali inurbati, che avvertirono l'impulso irrefrenabili di alzarsi dalle sedie per evitare che un treno in corsa gli piombasse addosso. Diretto da Alfonso Arau (Il profumo del mosto selvatico) e prodotto ed interpretato da Maria Grazia Cucinotta, L'imbroglio nel lenzuolo è ambientato nell'Italia del 1905, quando le proiezioni cinematografiche poterono finalmente contare su un'industria efficiente, su apparecchi più perfezionati, su un repertorio di film ampio e variato, prendendosi la loro rivincita sullo spettacolo d'arte varia, al punto da occupare tutto lo spazio del programma e a provocare la trasformazione di molti locali di varietà in veri e propri cinematografi. Non dimostrando alcun senso di soggezione o di inferiorità nei confronti del vaudeville, il cinema riuscì ad integrarsi facendo leva, come il Gennarino di Ernesto Mahieux, su spettacoli pruriginosi e altrettanto promettenti di quelli offerti da ballerine o cantanti dal nome francese che si esibivano dal vivo. Rimpiazzata da femmine di luci, la vedette di turno cedette passo e scena a un'apparizione piuttosto che al suo manifestarsi vero e proprio. La “casta Susanna” della Cucinotta incarna proprio una di quelle ombre che galvanizzarono il pubblico maschile, solleticandone la curiosità voyeuristica. Sullo sfondo di una terra sospesa tra leggende e superstizioni, Arau gira un melodramma popolare che si esprime in maniera didascalica e che declina (e spreca) le potenzialità del soggetto nell'ammiccamento pruriginoso e lezioso. Pur mantenendo un livello di sobrietà visiva, il regista messicano non riesce a infondere vitalità a quanto scorre “sul lenzuolo”. La fotografia di Storaro non basta a risolvere la questione della profondità temporale e le pur nobili suggestioni di un film modesto, che tradisce un'evidente vocazione televisiva e non brilla certo per consapevolezza di sceneggiatura o per slancio interpretativo. Fanno eccezione la performance di Ernesto Mahieux e di Giselda Volodi, aristocratica bellezza da promuovere a ruoli di primo piano.

martedì 4 maggio 2010

Fratelli d'Italia

Uno sguardo alle vite di tre adolescenti di famiglie immigrate in Italia che frequentano un istituto tecnico di Ostia. Alin è un ragazzo rumeno che vive in Italia da quattro anni. Ha problemi a scuola coi compagni di classe e con gli insegnanti, problemi che preferisce risolvere disertando i collettivi e andando in giro con il motorino o a ballare in discoteca. Masha è una ragazza bielorussa adottata da una famiglia di italiani, dopo che il padre l'ha disconosciuta dal carcere e la madre è stata interdetta perché la picchiava. Da quando ha ritrovato contatti con il fratello Ilya, Masha non pensa ad altro che ad andare a trovarlo, ma i problemi sono tanti: dai tempi burocratici dell'ambasciata ai timori per un ritorno in Bielorussia, passando per la gelosia del ragazzo italiano. Nader è egiziano di origini ma italiano di seconda generazione. È perfettamente introdotto nella vita di periferia con gli amici e con una ragazza che ama, ma il suo atteggiamento ribelle gli crea diversi problemi coi professori e coi genitori. Da un progetto di educazione all'audiovisivo rivolto alle scuole superiori, Claudio Giovannesi aveva tratto nel 2007 un mediometraggio incentrato sul rapporto fra un ragazzo rumeno e i compagni di classe, Welcome Bucarest, adesso confluito come primo frammento di questo Fratelli d'Italia assieme al ritratto di altri due adolescenti immigrati. La genesi è molto simile a quella del film La classe – Entre les murs, anche se gli esiti sono differenti. Alla base dell'ottenimento di un realismo che abbia valore sociologico e antropologico, c'è un rapporto di fiducia e di convivenza pacifica che gli operatori hanno instaurato con gli alunni della scuola attraverso una serie di esperienze e di laboratori di lungo periodo. Rispetto al film Palma d'Oro di Laurent Cantet, dove la macchina da presa restava sempre “fra le mura” dell'istituto scolastico per mappare la violenza reale e simbolica tanto dei ragazzi delle banlieues, quanto delle abitudini e delle frustrazioni del corpo insegnante, a Giovannesi, ex allievo del Centro Sperimentale, interessa raccontare quella babele di civiltà su cui si sta costruendo il multiculturalismo in Italia. La differenza è fondamentale: i ragazzi di Cantet recitano una parte, si introducono in un personaggio che, per quanto vicino o lontano possa essere dal loro carattere, resta frutto di una messa in scena, di una simulazione. Nel documentario di Giovannesi, gli studenti della scuola di Ostia vengono colti nella vita di tutti i giorni e la bravura degli operatori sta nel riuscire a farsi presenza amichevole, quotidiana e perciò invisibile, tanto da riuscire a cogliere parole e sentenze senza filtro, imbarazzo o forzature da parte tanto dei ragazzi quanto degli adulti coinvolti. Non vi è partecipazione o commento sulle azioni dei tre protagonisti se non attraverso gli interventi indiretti sul montaggio e sulla colonna sonora. Ma più trasparente è il discorso e più difficile diviene costruire un messaggio. Se da un lato il film documenta efficacemente i problemi dell'integrazione e del retaggio culturale dei giovani che vivono il forte dissidio di trovarsi accentrati fra due culture di fronte al quale reagiscono con la paura o con un atteggiamento ribelle, dall'altro una tale ricerca di immagini “oneste”, trasparenti, mette fuori campo il punto di vista e le responsabilità della società e delle istituzioni in tale processo. Corollario involontario di questo porsi come occhio indiscreto e impassibile (fly on the wall nella dicitura americana) è quello di rappresentare lo stesso tipo di inerzia delle istituzioni, di coloro che osservano i problemi del processo di integrazione senza intervenire. A questa apertura, e al rischio di violare la sacralità dello studio perseguito dal suo documentario, Giovannesi preferisce la sicurezza delle immagini delle onde che si rifrangono sul litorale di Ostia, diaframma fra i vari episodi del documentario e apertura dell'orizzonte delle possibilità sui sogni di questi ragazzi e sul futuro di una società multietnica.

Christine Cristina

La vita di Christine de Pizan, italiana cresciuta alla corte di Carlo V di Francia fra stimoli culturali di ogni sorta e poi abbandonata al suo destino assieme ai figli Marie e Jean dopo la morte del Re Saggio. Quando si vede rifiutata ospitalità dalle corti nobiliari più vicine, Christine si addentra negli umili quartieri parigini, dove trova la caritatevole ospitalità della lavandaia Thérèse e del menestrello Charleton. Quest'ultimo, un cantore ubriacone che suona il liuto e decanta versi licenziosi nelle taverne, si accorge della naturale propensione di Christine per la rima baciata e comincia a farsi comporre da lei dei versi per le sue esibizioni. Alle quali partecipa anche il prelato Jean de Gerson che, incuriosito dalla raffinatezza delle parole, desidera scoprirne la sorgente ed entra in contatto con Christine, proponendole nuove letture e incoraggiandola al poetare. I suoi toni, assieme raffinati e popolari, lirici e denigratori nei confronti di nobili e potenti, attirano però le ire del vacuo e vate poeta Gontier e degli organi di giustizia. Esordire come regista portandosi appresso l'aura di attrice simbolo del cinema italiano e il pesante fardello di quasi mezzo secolo della sua storia, è impresa ardua. E lo è ancor più cercare di riportare sul grande schermo un genere e un periodo storico poco in sintonia con i gusti del pubblico italiano e con i budget concessi al suo cinema: la biografia storica e il Medioevo. Di poco precedente ad un'eroina ben più conosciuta tanto agli storici quanto agli storici del cinema, Giovanna d'Arco, Christine de Pizan è in realtà un perfetto soggetto cinematografico, incarnazione di un protofemminismo che lotta per i propri figli e per un'arte sincera, popolare e, per questo, rivoluzionaria. L'idea vincente della Sandrelli e dei suoi sceneggiatori (coordinati da Furio Scarpelli, che di acuti sguardi sul contemporaneo se ne intende) è quella di farne una figura emblematica dello stato dell'arte e in particolare della contrapposizione fra arte sociale e arte di stato. La sua Christine è non a caso anche Cristina, donna che rivendica in tutto la sua condizione: il suo essere donna, madre, artista e italiana. Peccato quindi che la realizzazione finale del film non sia all'altezza dei suoi alti presupposti e che alla forza dell'ardore della sua eroina, la Sandrelli preferisca i toni pacati e le forme candide dell'operetta morale. Peccato che alcune scelte di regia, da una messa in scena un po' desueta, vicina ai vecchi sceneggiati televisivi, alla scelta di due protagonisti privi di carisma e di mordente come Alessio Boni e Amanda Sandrelli, confondano il poetico col prosaico, il popolare col modesto e l'universale con l'uniforme. Peccato, perché le pulsioni sovversive di Christine avrebbero meritato di più lo spirito del miglior cinema militante anziché il conformismo della televisione di stato.

Le ultime 56 ore

Cinque anni dopo l'intervento militare nei territori del Kosovo, molti membri dell'esercito italiano riportano gravi malformazioni e malattie tumorali. Di fronte all'agonia del marito, la dottoressa Ferri fa giurare a un altro reduce, il Colonnello Moresco, che farà qualunque cosa per far emergere la verità sulle implicazioni fra l'uranio degli armamenti bellici e la proliferazione dei tumori nell'esercito. Nella stessa città, Catania, il vicequestore Manfredi, un abile negoziatore poco incline ai protocolli della polizia, deve gestire una figlia adolescente e una crisi coniugale con una moglie che ama ancora. La tragicità del fato farà incrociare i destini del militare e del poliziotto all'interno di un ospedale. Nel cinema di genere vige una regola non scritta: non c'è niente che perori una causa umanitaria con più forza e disperazione di un sequestro condotto in nome di una battaglia civile. Nelle sue ultime 56 ore, Fragasso ha il tempo per rievocare tutto quel cinema d'azione incentrato sulle forze dello Stato che si ribellano contro le ingiustizie e i silenzi dello stesso. Ripercorrendo il sentiero tracciato non solo dal poliziottesco italico degli anni Settanta, ma anche da molto cinema americano contemporaneo come Il negoziatore, John Q e Inside Man, il film di Fragasso e della fidata compagna Rossella Drudi prende in ostaggio da più parti idee, ritmo, stile visivo e suggestioni narrative. La posta in gioco però si alza e i gesti estremi di questa cellula impazzita dello Stato non si fermano al sentimentalismo universale ma cercano una motivazione nella cronaca più attuale. Questo doppio registro, al contempo socio-politico e melodrammatico, si articola nelle storie parallele dei due personaggi protagonisti: più improntata alle logiche dell'action e degli affetti familiari quella dello sbirro Luca Lionello, più dalla parte dell'impegno e della sensibilizzazione quella del militare Gianmarco Tognazzi. Il loro incontro, ciò che in teoria costituirebbe il nucleo del film e che viene invece ritardato fino all'ultima parte, riflette gli stessi difetti della sovrastruttura e dell'incrocio più ampio fra impegno civile e logica di intrattenimento. Non si può dire che Fragasso manchi di coerenza: tanto le sequenze d'azione quanto quelle del melodramma familiare, tanto l'operazione di denuncia quanto la stima per le gerarchie e per il rispetto della disciplina, sono marcate dalla medesima enfasi, da una voce grossa e una brutale chiarezza di linguaggio. Tuttavia, il paradosso di tale solennità sia civica che ludica è che, fra l'esplosione di una granata e un testamento biologico, fra una scarica di mitra e un sequestro condotto in nome di una giusta causa, diviene difficile sciogliere ogni ambiguità in merito alla portata effettiva del messaggio del film. Quel che manca è (verrebbe ingenuamente da dire) capire chi sia il “cattivo”, contro chi si stiano dirigendo il peso delle accuse e la forza di tale grido. Il finale del film parrebbe tentare di definire in extremis questo aspetto, ma è l'abbraccio irrimediabile di cinema e istituzioni politiche a non permettere tali libertà e a far sì che ogni accusa precisa rimanga ben confinata nella zona franca della drammaturgia.